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Gli anni del "Lager" (dal 1943 al 1945)
Lazzati ha ricordato quella dura prova in uno scritto apparso dopo la sua
morte:
«Il mattino del 9 settembre 1943, agli ufficiali radunati in Merano nella
caserma del
5° Alpini, un ufficiale chiedeva, ad uno ad uno, se sceglievano di essere fedeli
al giuramento di fedeltà fatto nel momento in cui erano entrati a far
parte dell'esercito o di aderire alle formazioni fasciste. La seconda scelta li
avrebbe fatti rientrare nelle loro case, la prima significava la deportazione.
Il "sì" alla prima scelta suonò come grido di libertà e
caricati sui
camion - i soldati e sottufficiali già marciavano inquadrati dai
Tedeschi verso lnnsbruck - cominciò quella deportazione che di
Lager
in
lager
si sarebbe conclusa con il rientro a Milano il 31 agosto 1945.
lì lager era per tutti una realtà di
cui non si aveva esperienza, forse solamente qualche conoscenza
indiretta o informazione giornalistica; ma si presentò
subito nella sua tragica veste che veniva a dare un singolare
peso al sì pronunciato nella caserma di Merano. E non è
da meravigliarsi troppo se, dopo le prime settimane di un'esperienza
subumana, ricca solamente di pesanti privazioni - da quella
della libertà a quella di sufficienti mezzi di sussistenza,
di assistenza, di qualche mezzo di informazione e cultura
- i meno saldi psicologicamente tendessero a perdere adeguate
misure di controllo della propria dignità, coerente
volontà, chiarezza di coscienza».
Triplice l'impegno di Lazzati in quei terribili anni: il rapporto col Signore
nella preghiera (per un lungo periodo volendo conservare l'ostia consacrata
durante la Messa mattutina per l'ora d'adorazione alla sera veniva riposta nel
suo "castello" nonostante la presenza di
alcuni cappellani); la promozione e la guida di "Gruppi del Vangelo" e
conferenze su temi religiosi («... e non furono pochi che seppero trarre
dalle durissime circostanze viste in luce di fede, non solo conforto ma
incremento alla loro vita cristiana e stimolo a una testimonianza di paziente
fortezza fra i colleghi divorati dalla sfiducia e dalla disperazione»);
un'attività di sostegno nei confronti dei compagni di internamento per
aiutarli a resistere alle continue pressioni perché accettassero di
arruolarsi nelle forze della Repubblica Sociale Italiana ottenendo in cambio il
rimpatrio oppure accettassero di passare al lavoro in centri germanici privi di
manodopera.
Dunque dopo il "no" pronunciato a Merano, incominciò il trasferimento
di
lager
in
lager.
Dei due anni trascorsi come internato disponiamo di molte testimonianze apparse
dopo la morte di Lazzati e subito dopo il rientro di Lazzati in Italia.
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