L'opera politica (dal 1940 al 1953)
"Il cristiano e la città in Giuseppe Lazzati" di Armando Oberti

1. Pensare politicamente

Tra le idee fondamentali, che hanno caratterizzato il pensiero di Giuseppe Lazzati, una lo percorre come un ritornello per oltre quarant'anni: «pensare politicamente».
Potrebbe sembrare uno slogan e non è bello che, per taluni, lo sia stato. Per Lazzati fu molto di più e di diverso: fu il progetto da realizzare nel corso della vita, in vista di una «umanizzazione plenaria dell'uomo», come egli era solito esprimersi. In realtà l'umanizzazione dell'uomo e del mondo in cui l'uomo vive, rimane una meta per tutti.
Ecco perché vale la pena conoscere il progetto lazzatiano, anche se pensato e proposto ormai diversi decenni fa, quando il panorama politico italiano era diverso da quello attuale.

Sulle origini di questo progetto le informazioni più puntuali sono quelle che ci ha consegnato mons. Carlo Colombo, che ha raccontato come, nei primi mesi del 1940, due giornalisti cattolici - Raimondo Manzini, allora direttore a Bologna de «l'Avvenire d'Italia», e mons. Busti, direttore a Milano de «l'Italia» - sollecitarono il rettore dell'Università Cattolica, padre Gemelli, ad incoraggiare nell'ambiente accademico una seria riflessione sull'atteggiamento che i cattolici italiani avrebbero dovuto assumere nei confronti della guerra. L'ingresso dell'Italia nel conflitto bellico troncò bruscamente l'incipiente dibattito nell'Ateneo milanese; ma un gruppo di giovani professori continuò ad incontrarsi per discutere ancora su varie tematiche socio-politiche.

A casa di Umberto Padovani, docente di filosofia della religione, si incontrarono più volte i suoi colleghi Dossetti, Fanfani, Vanni Rovighi, Bontadini, lo stesso Colombo, talvolta anche La Pira che viveva già a Firenze. Tra loro anche Lazzati.
Essere più puntuali su quel laboratorio non è possibile, perché tutte le documentazioni degli incontri di casa Padovani, conservate dapprima da Dossetti, furono poi dallo stesso Dossetti bruciate sulle colline reggiane, durante i mesi della militanza partigiana.

Circa l'esperienza maturata da Lazzati in quegli incontri è possibile, comunque, fare due considerazioni. Anzitutto Lazzati in quell'occasione, confrontandosi con i suoi amici sulle dottrine di Aristotele e di Tommaso d'Aquino e leggendo Maritain, si formò un'idea alta e non strumentale della politica, intesa da lui come la più nobile attività degli uomini (di tutti gli uomini), capace di realizzare quel bene comune che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile di ogni persona.
In tal senso la politica si configurò, nel pensiero del giovane Lazzati, come impegno obbligatorio dei cristiani, chiamati da Dio ad ordinare le realtà terrene secondo la loro natura ma sempre in vista dell'integrale umanizzazione dell'uomo. Inoltre Lazzati, in quegli incontri clandestini, si convinse che i cattolici italiani - per varie ragioni storiche, che dall'ostruzionismo fascista alla partecipazione democratica nella vita politica risalivano al non expedit pontificio post-unitario - erano assolutamente impreparati all'impegno politico e che, quindi, dovevano apprendere finalmente a «pensare politicamente».

Era una valutazione in cui gli amici di casa Padovani si autoincludevano, ma nutrendo la consapevolezza e il desiderio di superare l'impasse «[…].
Il giudizio comune degli amici con i quali allora si lavorava, Dossetti, Fanfani, La Pira, era quello di non impegnarci direttamente nell'azione politica. Di non farlo perché non eravamo preparati, non tanto e non solo come singole persone, ma come ambiente cattolico: i cattolici non erano preparati a seguirci sulla strada che andavamo ipotizzando.
Era necessario un lungo, paziente e capillare lavoro di preparazione culturale, non solo di vertice, ma alla base, la quale certamente solo così avrebbe potuto recepire il frutto del nostro lavoro e il significato delle proposte politiche che venivamo facendo».
Lazzati si andava convincendo che l'azione deve essere necessariamente preceduta e preparata dalla formazione; di più: che la formazione è essa stessa azione e impegno di tipo politico. In tal senso, il progetto lazzatiano dimostra, sin dall'inizio, una valenza e uno scopo formativi.

Dopo l'armistizio del 1943 i «professorini» di casa Padovani si dispersero. Dossetti partecipò alla resistenza partigiana; La Pira andò a Roma; Fanfani si rifugiò in Svizzera; Lazzati fu internato in Germania. Ed è nel lager che Lazzati comincia a realizzare il suo progetto.

Negli anni più terribili della guerra, trascorsi in prigionia, egli concepisce l'architettura concettuale della «civitas humana» e la propone gia ai soldati, internati insieme con lui, in piccoli incontri formativi che nutrivano la grande speranza di preparare, nonostante tutto, un futuro migliore.
In morte di Lazzati, Alessandro Natta, ha ricordato quell'esperienza: «Subito trovammo, pur partendo da culture diverse, il terreno e lo scopo di un'opera comune e solidale: quella dell'incoraggiamento morale e della maturazione politica dei tanti prigionieri che, travolti dalla sconfitta e dall'umiliazione nazionale, penavano a darsi ragione degli avvenimenti e a recuperare un ideale e una speranza.
[..] Poi il dialogo tra noi si fece più stringente attorno al tema grande e inedito di quale Italia costruire sulle ceneri della disfatta. Lui cattolico, io laico e già comunista e altri compagni di differenti convinzioni filosofiche e politiche, ci confrontammo, con entusiasmo di costruttori, sui caratteri, i fondamenti, i fini di una nuova comunità nazionale».

Dopo la fine della guerra, i clandestini di casa Padovani uscirono allo scoperto e si ritrovarono tutti impegnati nell'agone politico. Anche Lazzati fu prima pressantemente invitato e poi convinto ad entrare in politica dai suoi giovani colleghi, soprattutto da Dossetti.
Ma gli rimase sempre il dubbio di non essere al proprio posto, tanto da conservare l'impressione di essere stato in quell'occasione quasi «acchiappato da loro e trascinato con loro» come ebbe a confessare pubblicamente in seguito - perché gli pareva di «non tenere così fede al primitivo proposito formativo».
La perplessità tuttavia - non lo impacciò nella militanza politica. Consapevole di scegliere non «una posizione comoda, ma una irta di difficoltà in tutti i sensi», Lazzati si dimise da presidente diocesano della Gioventù di Azione cattolica e si candidò nelle file della Democrazia cristiana per le amministrative di Milano, risultando subito eletto; al primo congresso nazionale del partito, nell'aprile 1946, venne eletto consigliere nazionale, quattordicesimo dei sessanta eletti, e quindi membro della direzione nazionale; il 2 giugno 1946 fu eletto anche all'Assemblea costituente.

Il 18 aprile 1948 fu eletto alla Camera dei deputati e quindi nominato vicepresidente del gruppo parlamentare democristiano e assegnato alle commissioni per l'agricoltura e l'alimentazione prima e per l'istruzione e le belle arti dopo.

Ricordando le ragioni della sua opzione politica, Lazzati spiegò in seguito che essa «non fu scelta spontaneamente ma quasi di necessità»: «sia pure con libera adesione, dovetti cedere nel momento in cui il mio Paese, uscito prostrato, politicamente ed economicamente, dalla tragica vicenda della guerra e della liberazione dal giogo della dittatura fascista, si trovò di fronte al compito immane della ricostruzione. Rientravo da due anni di prigionia e trovavo gli amici, universitari come me, con i quali ci si era culturalmente preparati a quel compito costruttivo, impegnati a un servizio politico diretto cui costringeva l'urgenza e la durezza dell'ora, in vista di assicurare che non andasse nuovamente perduto, sotto segno opposto, quel supremo bene di libertà che si era, faticosamente e ad alto prezzo, riconquistato».

Il periodo della Costituente lo vide protagonista della travagliata ricostruzione del Paese, giocando egli un ruolo importantissimo non solo all'interno dell'Assemblea, ma anche e soprattutto in seno al gruppo dossettiano, personificando il punto di riferimento sicuro e il termine di confronto critico circa la coerenza di quanto il gruppo portava avanti in sede di elaborazione della Carta Costituzionale con i motivi ideali e con i propositi di fondo che costituivano la spinta politico-culturale fondante il gruppo stesso.
In tal senso, se a Dossetti veniva riconosciuta la leadership politica, a Lazzati veniva riconosciuta una leadership etico-religiosa, certamente meno evidente e documentabile, ma non meno importante.

Per Lazzati, insomma, restava prioritario l'impegno a formare a «pensare politicamente».
Tanto più che, durante le campagne elettorali, aveva constatato non solo l'assenza di preparazione politica tra i cattolici, ma anche l'ingenua convinzione diffusa che fosse sufficiente essere buoni cristiani per divenire bravi ed efficaci politici.
A chi gli mostrava questa ingenuità, Lazzati faceva presente la necessità di saper governare, che non si acquisisce con la sincerità dei sentimenti religiosi, ma con la conoscenza tecnica di regole e di meccanismi amministrativi ben precisi («Il bello - commentava - è che un bravo cristiano può mandare in malora un comune, se non sa cosa vuol dire fare un bilancio»).