L'opera politica (dal 1940 al 1953)
"Il cristiano e la città in Giuseppe Lazzati" di Armando Oberti

2. La formazione politica

Per raggiungere l'obiettivo di una solida e diffusa preparazione sociopolitica, Lazzati curò, all'interno del gruppo dossettiano, alcune esperienze formative.
Il 13 settembre 1946, a Roma, insieme a Dossetti e a Fanfani, diede vita all'associazione «Civitas humana», che aveva lo scopo di orientare i cattolici verso la riforma politica e sociale, concepita nella prospettiva della parità e della partecipazione democratica. L'associazione era strutturata in tre gruppi: a Milano con Laura Bianchini, Giuseppe Glisenti e Umberto Padovani; a Genova con don Franco Costa, Fausto Molinari, Augusto Solari, Gianni Baget Bozzo; a Torino con il domenicano Enrico di Rovasenda, il salesiano Giuseppe Gemellaro, Eugenio Minoli, Silvio Golzio, Augusto Del Noce. Collaboratori erano anche Giorgio La Pira e Luigi Gui.

Accanto all'associazione sorsero anche i «Gruppi Servire», con analoghe finalità formativo-culturali, che furono il luogo di incontro e di confronto tra moltissimi giovani impegnati già nella Dc, nella Fuci, nella Giac, nelle Acli.

In un appunto di Lazzati si legge a proposito dei Gruppi:
«Meta: formare dirigenti capaci di lavorare nella propria specializzazione secondo il suo metodo e le sue esigenze, ma in unità di visione generale e di sensibilità con le altre specializzazioni. Mezzi: studio e azione. Metodo:
a) studio: tutti insieme i problemi generali e di collegamento dei vari settori; in sottogruppi per le varie specializzazioni. Ricerca personale orientata; pratico accesso agli strumenti di studio. Programmi organicamente studiati di ricerca e di applicazione;
b) azione: per sottogruppi col metodo Lebret (vedi: Efficacité politique da chrétien. Formation du militant).
c)Numero dei partecipanti: tale da permettere un minimo di articolazione, ma da non appesantire il funzionamento.
d)Qualità: non grado di studio ma intelligenza aperta e volontà di impegnarsi sia nello studio che nell'azione. Lo spirito dei gruppi e dei singoli partecipanti è espresso dal nome: servire».


Infine, nel maggio 1947, Lazzati partecipò alla fondazione della rivista «Cronache Sociali». Questa, secondo Dossetti e Fanfani, doveva assolvere principalmente ad un compito di informazione politica.
Per Lazzati, invece, essa doveva, ancora una volta, promuovere un'«azione formativa in lato senso culturale».

Attraverso la rivista, Lazzati introdusse in Italia quanto di meglio, in materia d'impegno storico-politico dei cristiani laici, aveva prodotto la riflessione neotomistica di J. Maritain e di Ch. Journet, offrendo ai lettori italiani una matura riflessione sui fondamenti teologici dell'agire politico e della sintesi sapienziale tra fede e politica, e distinguendo nettamente senza però contrapporli l'azione evangelizzatrice e l'impegno politico.
In un articolo intitolato Esigenze cristiane in politica, Lazzati spiegava a tal proposito:
«Per lo più il cristiano si trova immerso in quella concezione machiavellica dissociante la politica dall'etica che sembra fatta per ogni successo e facilmente tenta di ricercare almeno una conciliazione. Sa il cristiano che nulla può compromettere il suo efficiente sforzo dì rinnovamento quanto l'accettare tale tentazione o il venire a patti con essa, e pur agendo con senso vivo di realismo che è proprio dell'etica politica avente nel tempo, e non nell'eterno come la persona, il suo fine immediato, la respingerà con forza, facendo ricorso a quell'eroismo interiore che fondi il tipo di santità quale l'età nostra caratteristicamente richiede».

Il momento più critico, nel periodo dell'impegno politico, fu per Lazzati il confronto polemico con Gedda, presidente degli Uomini di Ac, e con Carretto, presidente dei Giovani di Ac, nei mesi a cavallo tra il 1948 e il 1949. Lazzati, in un articolo pubblicato su «Cronache Sociali», intitolato Azione cattolica e azione politica, sosteneva la necessità di distinguere le due cose, riprendendo le indicazioni di Pio XI in materia.
Gli uomini dell'Ac non la pensavano ugualmente e risposero con forti attacchi dalle colonne del giornale romano «Il Quotidiano».

Conservando nel suo archivio personale quegli articoli, Lazzati annotò in margine ad uno di essi:

«[...] se l'Ac in quanto tale vuole fare della politica domandiamo solo che una dichiarazione della gerarchia corregga quanto fin qui dichiarato eapra la nuova strada. Alla gerarchia ci inchineremo», parole queste che testimoniano la sua serenità nella polemica e la sua coerenza alle disposizioni magisteriali sulla questione.

Alla fine della prima legislatura, il 9 marzo 1953, Lazzati cessò la sua esperienza di parlamentare, ritirandosi definitivamente dalla vita politica attiva.
Egli, tuttavia, pur abbandonando l'azione politica, rimase convinto della necessità della formazione politica dei cattolici italiani, causa per la quale si adoperò instancabilmente nel corso dei successivi decenni.

Espressione di quest'impegno formativo fu la direzione de «l'Italia» (1961-1964) e la rifondazione dell'Istituto Sociale Ambrosiano, il cui nuovo statuto Lazzati stese, con l'approvazione dell'arcivescovo Montini.
L'Istituto si proponeva di ricercare le direzioni in cui, in coerenza al messaggio cristiano, si potevano allora trovare le soluzioni ai più urgenti problemi del momento, sul piano giuridico, politico, economico e sociale.
Allo scopo, si prefiggeva la formazione civica dei cattolici, che dovevano appunto essere educati a diventare cittadini consapevoli e partecipi oltre che leali dello Stato democratico.

Ma anche il lungo rettorato della Cattolica di Milano testimonia di questa sua attenzione formativa, esprimendone il livello più alto ed efficace.
Il suo progetto di rinnovamento dell'università - nei suoi corsi accademici, nei corsi annuali di aggiornamento, nella rivista «Vita e Pensiero» -, durante gli anni settanta, comprese anche il tentativo di promuovere, nell'ambiente universitario e a partire da esso, «una riflessione che tende a scoprire e a mettere in luce fatti particolarmente significativi in ordine alla dimostrazione del legame genetico che stringe determinate situazioni politiche - preso l'aggettivo nella sua accezione più ampia - a condizioni culturali più o meno avvertite».

L'università, in tal senso, fu da lui intesa «quale coscienza critica della società» in cui essa opera culturalmente e per i cui problemi vitali è tenuta ad elaborare risposte scientificamente fondate.
Coloro che lavorano e studiano nell'ateneo, di conseguenza, vengono considerati come protagonisti di un processo di «coscientizzazione»: essi devono impegnarsi a pensare criticamente i problemi della società e le possibili soluzioni da proporre.

Pensare criticamente era, secondo Lazzati, il punto di partenza per acquisire e praticare quel giudizio sintetico e unitario che è la base del pensare politicamente.
L'università, così, diventava una scuola di formazione politica, senza però configurarsi come laboratorio partitico: il compito che Lazzati indicava agli universitari cattolici era «esercitare l'intelligenza critica [...] su aspetti ben precisi della situazione politica italiana con la responsabile preoccupazione, gelosamente custodita, di salvare la fondamentale distinzione tra il riflettere, criticamente fondato, sul fatto politico e il fare politica, pure nella consapevolezza della connessione che lega tra loro i due servizi, connessione che, senza confondere ambiti e compiti, stabilisce appunto il rapporto tra università e società».